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OPEN CALL PER OLINDO GUERRINI - Il 22 dicembre maratona di lettura al Quintet
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CATTANEO E ROSSATO A RADIOSCINTILLA
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DAVIDE BENAZZI INTERVISTA MANERA E DELLA NOCE
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ONE DROP REGGAE INTERVISTA FRANCISCA
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INTERVISTA A MASSIMILIANO ANZIVINO,
INTERVISTA A MASSIMILIANO ANZIVINO, "COSTRUTTORE DI CERCHI"
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IL NUOVO PRIMO CITTADINO DETTA L'AGENDA DEI PRIMI 100 GIORNI
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INTERVISTA A DAVIDE RANALLI, 28ENNE CANDIDATO SINDACO DI LUGO
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L'ASSESSORE ASIOLI DESCRIVE IL FUTURO DELLA DARSENA DI RAVENNA
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VIDEO - BALLERIN PRESENTA
VIDEO - BALLERIN PRESENTA "GLI STATI UNITI D'EUROPA SPIEGATI A TUTTI"
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INTERVISTA AD ANTONIO ALLEGRO
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CORINNE VIGO PRESENTA
CORINNE VIGO PRESENTA "LATTINE E ALTRE STORIE"
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ALEX DI MAGGIO PRESENTA PARIS TANGO
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INTERVISTA A SUOR ROSA - La situazione in Centrafrica
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I VENT'ANNI DEI GOOD FELLAS - Lucky Luciano si racconta a Gianni Arfelli
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INTERVISTA A ROY PACI AL ROCKHOUSE CON COR LEONE
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MISCOMMUNICATION INTERVISTA I FINLEY
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RADIOSCINTILLA.IT INTERVISTA ALBOROSIE
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INTERVISTA AI DEADLY KISS
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DIBATTITO CON GLI INSEGNANTI DEL MAMA'S
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News
CONSIDERAZIONI DI UN DILETTANTE/GENERAZIONE FORTUNATA? di Guido Ceroni - Gio. 18 Maggio 2017
RAVENNA - Nell'inverno dei 1956 - avevo quattro anni - presi una fortissima broncopolmonite. Ho un vago ricordo di febbri fino al delirio, della stanza da letto gelida e del letto scaldato col braciere, della condensa ai vetri che la mattina era di cristalli ghiacciati.

 
Ricordo soprattutto quello che più e più volte mio padre mi avrebbe poi raccontato, cioè che il medico gli aveva detto che ero stato molto fortunato: che se mi fosse successo solo dieci anni prima o poco più non sarei sopravvissuto. Dieci, dodici  anni prima non era ancora disponibile la penicillina. La fortuna mia, e in un certo senso della mia generazione, inizia di lì, dal poter disporre di farmaci indispensabili a sopravvivere, prima di allora inesistenti o indisponibili.
Insieme a questo, via via, la generazione precedente alla mia – uscita dalla più grande devastazione della storia – avrebbe iniziato faticosamente e gradualmente a costruire un crescente benessere. Un benessere sempre risicato, spesso mal distribuito, fatto anche di grandi traumi collettivi come l’inurbamento forzato di milioni di contadini, montanari, gente del sud verso il nord e verso le città. Ma pur sempre benessere. Il braciere nel letto sarebbe via via scomparso e sarebbero apparsi i termosifoni, la “cucina economica” a legna sarebbe stata sostituita da quella a gas, si sarebbero superati i gabinetti in cortile, e del “vaso da notte “si sarebbe perduta persino la memoria. Non per tutti nello stesso modo e misura, non per tutti nello stesso momento. Ma fu un benessere durevole, che nemmeno i dieci anni di crisi dentro la quale siamo hanno scalfito.
Quella generazione, quella precedente alla mia, aveva conservato – come un codice genetico che gli derivava da una miseria secolare – una incredibile capacità di risparmio, e questo ha contribuito a fare la fortuna della mia generazione, poiché la possibilità di studiare, la possibilità di mettere su casa una volta trovato un lavoro, la possibilità di allevare poi i figli (che erano i nipoti dei primi) è stata legata per molti versi alle risorse risparmiate durante i lustri del benessere.
Poi ci sono le fortune particolari, legate al caso e alle classi di età. La mia, 1952, fu la prima a frequentare la nuova scuola media unica, quella dell’obbligo, con poco o nulla di latino. Fu una fortuna? Certo lo fu per quelli che sarebbero finiti all’avviamento professionale o direttamente a lavorare dopo le elementari, come accadeva prima.
La mia fu la prima a dover sostenere un esame di maturità infinitamente più semplice e -diciamolo – facile, delle classi precedenti. Fu una fortuna? Sicuramente lo fu per chi, dopo quell’esame, poté accedere all’università anche se proveniva da istituti tecnici o anche professionali. Fu così che la scolarizzazione, nel corso di un lustro e mezzo, divenne di massa e gli accessi all’università si aprirono a classi sociali che – salvo il caso raro di ragazzi eccezionalmente dotati, molto volonterosi, che avessero alle spalle  famiglie estremamente tenaci e disposte a sacrifici immensi– l’università non l’avrebbero vista nemmeno col binocolo.
Molti della generazione mia e di delle classi immediatamente precedenti poterono lavorare abbastanza agevolmente e relativamente presto e ad andare in pensione dopo una vita lavorativa non lunghissima. 
Tutto questo è accaduto in varie forme, in varie misure, in molti Paesi occidentali. In quelli del nord Europa prima e meglio che da noi, con una rete di protezione e di accompagnamento che erano parti vitali di quello stato sociale che si era immaginato dover funzionare, appunto, “dalla culla alla tomba”.
In Italia questo progresso – perché di un enorme progresso si trattò – avvenne alla nostra maniera, “all’italiana”, appunto. Per ragioni varie in cui la politica c’entra e molto. Mancata sostituzione di vecchie e ingiuste regole con nuove e più avanzate ma non meno rigorose, mancata riforma della scuola dopa averla aperta a grandi masse, acquisizione di (sacrosanti) diritti sociali con una scarsa attenzione alle implicazioni (debito pubblico), costruzione di nicchie piccole e meno piccole in cui i diritti finivano per essere privilegi corporativi, sono alcuni (non i soli) fenomeni del modo in cui quel progresso venne tradotto a praticato nel nostro Paese.
È vero che l’età dell’oro del trentennio seguente la guerra si è via via smorzato e poi interrotto in quasi tutti i Paesi occidentali. A partire dalla prima crisi energetica degli anni settanta le cose iniziarono a complicarsi e la risposta che la destra seppe dare – socialmente brutale -  vinse quasi ovunque e creò una sua durevole egemonia che i vari tentativi riformistici, anche quando vincenti, seppero al massimo correggere ma non superare. È il dramma in cui ci dibattiamo ancora oggi, che la velocità e imponenza della globalizzazione prima, e la lunga depressione poi, hanno reso più acuto. Nei suoi dati concreti e nelle sue conseguenze sociali e nella percezione e nelle reazioni di vastissima parte di popolo (di grandi masse, si diceva un tempo). 
Le generazioni successive, le giovani generazioni soprattutto, sono quelle che ne fanno le spese in modo più diretto, vasto e brutale.
Giovani che conosco - qualcuno lo conosco molto molto bene – mi dicono spesso: “è semplice per te, per voi. Siete stati una generazione fortunata.” Il sottinteso è che a pagare la nostra fortuna, oggi, sono loro.
L’osservazione è sferzante. Sarebbe indelicato e vano dire che molti (almeno coloro che possono) stanno rendendo a rate ai loro figli una parte di quello che hanno ereditato dalla generazione precedente e costruito dalla loro stessa, per aiutarli a cavarsela. Affrontando la cosa da un punto di vista individuale, esistenziale e psicologico si potrebbe dire che è una fortuna amara quella di sapere che i propri figli ben difficilmente potranno godere delle condizioni di cui noi abbiamo a suo tempo usufruito e che oggi appaiono difficilmente riproducibili. 
Non è questo il punto solamente, però.
Il punto drammatico di riflessione che mi viene è un altro. Per molti decenni, ben più di un secolo, direi, si è diffusa e consolidata l’idea che il progresso materiale e sociale, per quanto lento e contrastato, fosse un moto progressivo e inarrestabile. Che la storia del mondo fosse unilineare e continuamente ascendente. I fatti concreti, per fortuna e per molto tempo, hanno confermato questo pensiero.
E se così non fosse? Recentemente diversi studi di storia dell’economia hanno riscoperto invece una più cruda e vera realtà, guardando alla storia del mondo nel lungo periodo: che la storia dell’umanità non procede affatto in modo regolare, né per velocità né per direzione. Lo stesso discorso vale per le guerre: la lunga pace ci ha abituati all’idea che una nuova grande guerra sia di per sé impossibile. Ma è così? Questa riscoperta (che ad alcuni può apparire persino ovvia ma che è stata espunta dal nostro senso comune) non può condurre ad un ingenuo e rassegnato fatalismo, ed in ogni caso è una ben misera consolazione per chi vive direttamente – qui e ora – il dramma della disoccupazione e del precariato. Ad uno colpito alla metà del ‘300 dalla peste nera (che uccise un terzo della popolazione europea) sarebbe stato di poco conforto sapere che quella pandemia avrebbe provocato nel medio-lungo periodo una forte e positiva evoluzione delle società europee, preparando il rinascimento e l’età moderna.
Nessun fatalismo, nessuna consolazione, dunque. Solo la consapevolezza che la lunga e sfiancante depressione e le nuove condizioni del mondo richiedono risposte di straordinaria forza, che ancora si stentano a percepire.
 
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