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OPEN CALL PER OLINDO GUERRINI - Il 22 dicembre maratona di lettura al Quintet
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CATTANEO E ROSSATO A RADIOSCINTILLA
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DAVIDE BENAZZI INTERVISTA MANERA E DELLA NOCE
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ONE DROP REGGAE INTERVISTA FRANCISCA
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INTERVISTA A MASSIMILIANO ANZIVINO,
INTERVISTA A MASSIMILIANO ANZIVINO, "COSTRUTTORE DI CERCHI"
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IL NUOVO PRIMO CITTADINO DETTA L'AGENDA DEI PRIMI 100 GIORNI
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INTERVISTA A DAVIDE RANALLI, 28ENNE CANDIDATO SINDACO DI LUGO
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L'ASSESSORE ASIOLI DESCRIVE IL FUTURO DELLA DARSENA DI RAVENNA
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VIDEO - BALLERIN PRESENTA
VIDEO - BALLERIN PRESENTA "GLI STATI UNITI D'EUROPA SPIEGATI A TUTTI"
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INTERVISTA AD ANTONIO ALLEGRO
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CORINNE VIGO PRESENTA
CORINNE VIGO PRESENTA "LATTINE E ALTRE STORIE"
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ALEX DI MAGGIO PRESENTA PARIS TANGO
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INTERVISTA A SUOR ROSA - La situazione in Centrafrica
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I VENT'ANNI DEI GOOD FELLAS - Lucky Luciano si racconta a Gianni Arfelli
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INTERVISTA A ROY PACI AL ROCKHOUSE CON COR LEONE
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MISCOMMUNICATION INTERVISTA I FINLEY
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RADIOSCINTILLA.IT INTERVISTA ALBOROSIE
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INTERVISTA AI DEADLY KISS
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DIBATTITO CON GLI INSEGNANTI DEL MAMA'S
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News
CONSIDERAZIONI DI UN DILETTANTE/NON HO SOLUZIONI di Guido Ceroni - Mer. 10 Maggio 2017
MELBOURNE - Sto scrivendo da un Paese molto lontano dall'Italia. Sono per un periodo in Australia. Fa uno strano effetto guardare alla cose di casa nostra da qui. Non che da queste parti si parli o ci interessi dell'Italia in modo particolare. Anzi, qui nessuno sa nemmeno dove sia l'Italia, a parte gli immigrati nostri e forse quelli di seconda generazione (che di italiano non sanno più un parola). L'unica notizia italiana vista in tv nelle "News" è la morte della vecchietta di 117 anni. Ma non è di Australia che voglio parlare, e nemmeno dell'Italia vista in particolare da qui.
È di Italia vista da lontano, cioè, per un periodo, con l'occhio un po' distaccato dall'immediato delle nostre vicende e del nostro (piccolo) mondo. Di una Italia che pare non esistere nemmeno, fuori dai nostri piccoli confini. Mi chiedo quanta consapevolezza ci sia tra noi di questa infinita piccolezza dell'Italia. E di quanto tale piccolezza sia cresciuta nel corso degli anni, dei lustri.


In effetti, per alcuni decenni, l'Italia un ruolo l'ha avuto, seppure più di riflesso di altre vicende che per forza propria, ma l'ha avuto, ed anche una immagine e una riconoscibilità, a suo modo.
Durante la guerra fredda era pur sempre al confine della “cortina di ferro” e copriva il lato sud della NATO; è stata pure sempre uno dei primi sei Paesi che hanno avviato l'unificazione europea; è stata, insieme alla Germania e al Giappone, uno dei tre “meravigliosi sconfitti” della guerra che sono stati protagonisti di un grande sviluppo economico. Anche l'idea di un Paese e di un popolo un po' geniale e molto cialtrone si era attenuata.
Questa fase “felice” si è chiusa da molto tempo. Per due ragioni, sostanzialmente. Parlerò per ora della prima ragione.
Essa consiste nel fatto che il successo di allora conteneva in sé i germi della propria  debolezza, economica e soprattutto politica. Poiché, come sempre, economia e politica si tengono insieme strettamente, specie nell'epoca che abbiamo avuto alle spalle (i “gloriosi trent'anni” dal dopoguerra agli anni settanta, segnati da una forte presenza dello stato, quindi della politica, nell'assetto dell'economia). 
Se guardiamo alle cause lontane e profonde delle enormi debolezze di oggi, possiamo vedere che esse sono in primo luogo politiche, a partire da quella fondamentale: l'Italia è stato l'unica in Europa occidentale a non avere mai conosciuto, fin dopo la caduta del muro di Berlino, una fisiologica alternanza al  governo del Paese. Ciò fu l'effetto del modo anomalo con cui si definì il panorama politico italiano (il discorso sarebbe lungo e andrà ripreso), ma fu sicuramente causa di una serie di distorsioni nel funzionamento del sistema-Paese: entità e uso della spesa pubblica, rapporti con i poteri economici e con le innumerevoli corporazioni, compromessi tra fisco disattento e scarsa efficienza dei servizi pubblici, mancanza di una cultura del merito (in senso vero, non ideologico e declamatorio e niente affatto negatore del principio di uguaglianza); consociativismo di fatto in molte scelte alle quali una opposizione che non poteva governare andava comunque coinvolta, e così via. Sono cause lontane, si dirà. È vero. Ma guardando con occhio attento tanti casi di stretta attualità è possibile rintracciare i segni di quelle cause lontane. Che non solo non sono state sanate, ma si sono aggravate via via fino a condurre al rompicapo di oggi per chiunque voglia mettervi mano per il governo effettivo giorno dopo giorno e per chi voglia avviare e portare a compimento un processo riformatore.
La cosa che colpisce è come tutti i tentativi riformatori tentati dopo la fine della prima repubblica siano falliti: quelli proclamati e fasulli (Berlusconi); quelli seri, ponderati e prudenti (Prodi) che si sono infranti nella fragilità del sistema politico, di governo e quindi di alleanze. Per mancanza, prima di tutto, di una robusta cultura politica riformista che fosse condivisa da ampie forze anche di diversa provenienza. Il tentativo concettualmente più serio di avviare un reale processo riformatore fu promosso da Massimo D’Alema alla fine degli anni novanta: coraggiosa riforma della Costituzione e idea di una “rivoluzione liberale promossa dalla sinistra e dalle forze progressiste”. Nemmeno quel tentativo riuscì, vuoi per la defezione di Berlusconi sulla riforma costituzionale, vuoi perché il tutto venne vituperato a sinistra come alto tradimento, vuoi perché lo stesso D’Alema non aveva con sé le forze e le culture sufficienti per tenerla in piedi. Colui che da bambino era stato tenuto in braccio da Palmiro Togliatti non seppe tenere in braccio una nuova leva di intellettuali e di politici-intellettuali “organici” (come si diceva un tempo) a quel progetto.
Oggi, poi, tristemente, lo stesso d’Alema ha gettato alle ortiche quella esperienza, quasi a farsi perdonare ora, fuori dalla storia, una sua presunta “subalternità al liberismo”. Peccato, peccato davvero. 
Oggi chiunque voglia risalire la china- dopo una crisi devastante per gravità e sfibrante per durata e conseguenze - è costretto a pagare tutto il tempo perduto invano: incancrenirsi dei mali del Paese, restringimento dei margini per politiche redistributive e per investimenti pubblici, incombere del debito pubblico, vincoli europei al limite dello strangolamento. Che in una tale situazione i populisti ci sguazzino è il minimo, verrebbe da dire. Ma a dare (più o meno consapevolmente) manforte ai populisti c’è una nutrita serie di persone, di gruppi, di movimenti: Renzi quando si atteggia a populista non si fa del bene; i benaltristi, per i quali qualsiasi riforma, qualsiasi miglioramento è di per sé insufficiente e (quindi) inutile o specchietto per le allodole; gli egualitaristi di ritorno, che non lo furono in gioventù quando combatterono contro l’estremismo politico-sociale dell’epoca e che ora vi si atteggiano quando i margini per politiche redistributive sono obiettivamente ristretti  e la leva fiscale in Italia (tra sovraccarico fiscale ed evasione) è un rompicapo; i tardoliberisti, che si ostinano a non vedere che nel liberismo di questi decenni la mancanza di regole e di ruolo della politica e degli stati ha creato disastri che ancora oggi paghiamo.
Poi ci sono io. Che non ho soluzioni.
“Se non hai una soluzione sei una parte del problema”. Ecco, lo confesso, anche io sono una parte del problema.
 

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