On-air alle ore 20:15 L'intervista della Settimana
Mer. 26 Luglio 2017 
 
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L'intervista della Settimana
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OPEN CALL PER OLINDO GUERRINI - Il 22 dicembre maratona di lettura al Quintet
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CATTANEO E ROSSATO A RADIOSCINTILLA
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DAVIDE BENAZZI INTERVISTA MANERA E DELLA NOCE
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ONE DROP REGGAE INTERVISTA FRANCISCA
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INTERVISTA A MASSIMILIANO ANZIVINO, "COSTRUTTORE DI CERCHI"
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L'ASSESSORE ASIOLI DESCRIVE IL FUTURO DELLA DARSENA DI RAVENNA
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INTERVISTA AD ANTONIO ALLEGRO
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ALEX DI MAGGIO PRESENTA PARIS TANGO
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INTERVISTA A SUOR ROSA - La situazione in Centrafrica
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I VENT'ANNI DEI GOOD FELLAS - Lucky Luciano si racconta a Gianni Arfelli
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INTERVISTA AI DEADLY KISS
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DIBATTITO CON GLI INSEGNANTI DEL MAMA'S
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News
CONSIDERAZIONI DI UN DILETTANTE/"COLLETTIVO"...SI FA PRESTO A DIRE COLLETTIVO di Guido Ceroni - Dom. 7 Maggio 2017
MELBOURNE - Ovvero, storia di una parola e dei nostri pregiudizi. Giorni fa un gruppo di aderenti al PD, (gruppo su Facebook, intendo, perché anche la parola "gruppo" ha una sua nuova stagione) discute su come dare un nuovo nome al gruppo stesso, poiché il nome precedente era legato alla scadenza del congresso, ormai passata.
Si apre una discussione, interessante e divertente insieme, e giungono molte proposte, alcune un po' scontate, altre stimolanti, altre lievemente surreali. Mentre scrivo, il sondaggio è ancora in corso e non ne conosco l'esito.


Anch’io ho avanzato una proposta, uscitami dalla testa con innocenza e avanzata con malizia. Ho proposto che il gruppo si chiami “Collettivo democratico”. Da un punto di vista strettamente funzionale è del tutto calzante. Un gruppo di persone che condivide almeno per grandi linee un’idea, che discute al proprio interno portando i propri contributi e anche le proprie diversità e ascoltando e confrontandosi con quelli degli altri, che lo fa in modo aperto e pacato, senza anatemi per nessuno, è qualcosa che rassomiglia a un “collettivo” (la condivisione e il patrimonio comune) ed è democratico, se il metodo prefissato sarà (come sicuramente sarà) rispettato. Oltre che “democratico” allude alla comune militanza o vicinanza al PD.
So già che la mia proposta non passerà. Nessun problema in questo, naturalmente. Ma la proposta stessa, il fatto di averla formulata, qualche prima reazione che ho raccolto, mi hanno fatto riflettere (dopo averla formulata, non prima) al significato complesso e profondo che molte parole hanno, ben al di là del loro significato “funzionale”. Così ho captato la percezione di un termine sordo e grigio, un residuo “sovietico” di un altro secolo e di un altro mondo. Nel migliore dei casi la benevola condiscendenza per nostalgie giovanili circa i collettivi studenteschi degli anni della contestazione. Nulla che abbia a che fare con l’oggi, con la politica, con la condivisione e la partecipazione politica del tempo attuale. “Collettivo” pare essere entrato nel raggio di interdizione dei nostri tabù lessicali, sia come aggettivo che ancor più come sostantivo. È la storia delle parole. Così come alcune cadono in disuso o vengono interdette, altre si affermano al di là del loro ambito d’uso originario. Oggi è usatissima, per definire l’insieme degli aderenti o simpatizzanti del PD, (e di altre formazioni di sinistra, anche radicale) la parola “comunità”. La si usa con una certa leggerezza, a ben vedere. “Comunità” è una parola densissima, di una enorme complessità, proveniente da altri ambiti. Soprattutto ma non esclusivamente, religiosi. Comunità cristiana, la comunità dei credenti, e così via. Ma non solo, appunto. Il movimento Comunità, fondato da Adriano Olivetti, non aveva una vocazione religiosa ma civile, e faceva leva sull’idea di valorizzare le comunità locali. Anche questa parola, dunque, ha una storia lunga e densa. Pare a me che oggi venga usata in modo “sostitutivo”, se riferita ad un partito politico, cioè in assenza di altre definizioni più proprie. Non che un partito non possa esserlo in qualche modo, ma certo lo erano assai più i partiti di massa (e fortemente ideologici) del ‘900 che la laica e disinvolta moltitudine di affiliati o simpatizzanti dei partiti di oggi. Del PD sicuramente. Forse per il movimento 5stelle si potrebbe parlarne, se non fosse che sarebbe più appropriato parlare di una comunità di “adepti” che non di una comunità politica democratica vera.
Il PCI nelle regioni “rosse” era anche una comunità. Persino troppo, in anni lontani, in cui anche la vita e le scelte private dei militanti erano oggetto dell’occhiuta attenzione del partito.
Dunque le parole hanno una storia. Torniamo alla parola Collettivo. Del sostantivo se ne è persa traccia. Andare a cercare su internet per accertarsene. Un solo esempio. Nella nostra provincia era diffuso, direi fino agli anni settanta, l’istituto dei “collettivi braccianti”, forma elementare ma fondamentale di divisione del lavoro (e del reddito) tra i braccianti. Ancora negli anni settanta, nelle nostre campagne era diffuso il discuterne, l’avere a che fare con lavoratori organizzati in tal modo. Ho il ricordo della minaccia di molti genitori ai propri figli: “se non avete voglia di studiare non c’è problema: vi mando al collettivo!”. Bene, ho trovato questa parola su internet solo nella citazione di una ricerca di Guido Crainz sulle campagne ravennati nel dopoguerra. Nessuna altra traccia. Poco abile o sfortunato? Può darsi, ma non credo che ci sia molto di più. Non ho trovato traccia, ad esempio, di una bella ricerca sul tema realizzata negli anni settanta da Ilario Rasini con particolare riferimento alla “bassa” Romagna. È scomparsa la parola non solo perché è scomparsa la realtà che essa descriveva, ma anche (e forse soprattutto) perché è scomparsa la memoria collettiva(ahi, ecco che torna!) di quella realtà sociale, di quella esperienza, della cultura che le era connaturata e della cultura politica che ne era espressione.
Questo è il punto. Ed è un punto culturale e politico insieme. Nessuna intenzione di restare ancorati al ‘900: sarebbe del resto impossibile e velleitario, una sorta di luddismo culturale. Ma è forte in me l’idea che oggi la politica si muova e operi non solo in modo “liquido” in una società “liquida”, ma in un vuoto di cultura, di conoscenze. Di ricerca. Cultura e politica non sono più connesse (non scopro nulla, lo hanno detto in molti, a partire da Giorgio Napolitano).
E certo i partiti non sono più organizzatori di una discussione e di una crescita culturale collettiva, né sono più (né forse potrebbero più essere) essi stessi organizzatori di cultura. Non lo sono più anche (non solo) perché non esiste più - nemmeno nella anticamera del cervello – l’idea che una partito debba essere una sorta di “cervello collettivo”. O per dirla con formula desueta e tipicamente novecentesca, un “intellettuale collettivo”. Ah, accidenti, non ricordo più chi lo disse…
 

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